Micol di Veroli

Independent art curator

 

Quando ho iniziato la mia avventura come critico e curatore d’arte contemporanea, Roxy in the box era già un nome molto conosciuto all’interno della scena dell’arte contemporanea nazionale. Le sue mille trasformazioni, la sua continua ossessione per gli incidenti estetici provocati dal corpo sovraesposto alla gloria moderna del brand e dallo sfavillio di colori caleidoscopici, sembravano annunciare l’imperitura vittoria della cultura Pop. In realtà, alla luce di un corpus di opere ben più maturo e di un attento studio sulle metodologie dell’artista, è possibile rendersi conto che costringere Roxy in the box all’interno delle spire della Pop Art è un errore assai grossolano come quello compiuto da una certa critica che accomunò le ricerche dell’Independent Group alla medesima corrente artistica. Se verso il finire degli anni ’50 il celebre gruppo creativo britannico rielaborò completamente il concetto di modernismo e portò alla luce la conseguente erosione del dislivello tra cultura alta e bassa, oggi Roxy in the box sottolinea il tramonto del postmodernismo ed è profondamente immersa nell’indagine di uno strato culturale che non conosce alcun dislivello.

 

Il meccanismo creativo che anima la ricerca di Roxy in the box funziona quindi in misura di una riappropriazione di ciò che le è proprio, vale a dire la rivendicazione di tutti quegli aspetti sociali sensibili in quanto sovrasensibili che abitualmente la società stessa accetta oramai a capo chino, senza attuare una profonda riflessione. L’ostentazione del mito, del simbolo di massa e della mercificazione imperante dettata dai modelli consumistici non rappresenta solamente una denuncia ma la resa oggettiva della totalità dell’esperienza umana come tale, con tutti i vizi comportamentali del caso. Il postmodernismo ha cercato in tutti i modi di dimenticare il passato eliminando stilemi ed estetiche pregresse ed ha tentato in tutti i modi di abbracciare il consumismo statunitense, Roxy in the box oltrepassa comportamenti, estetiche ed aspetti legati al consumismo poiché la sua arte è biologicamente impostata sul superamento di ogni limite sociale e creativo.

 

Per Roxy in the box tecniche e materie rappresentano un sentiero da battere in ogni direzione possibile, all’insegna di una trasversalità estrema che oltrepassa le posizioni avanguardiste e gli stilemi della pratica artistica. Video, pittura, performance, installazione e scultura vengono totalmente trasfigurati nel loro potenziale estetico e concettuale, giungendo a nuovi significati e nuove forme significanti. Attraverso la parabola ascensionale della sua produzione creativa, Roxy in the box analizza l’uomo nel suo essere identico al tempo. Questa “umanizzazione” del tempo evidenzia l’esistenza di una storia ciclica ed asettica, all’interno della quale l’essere umano si inserisce come figura standard, capace di ricoprire molteplici ruoli senza realmente possederne uno. L’artista, all’interno delle sue opere, impersona spesso tali contenitori viventi privi di contenuto, portando in evidenza le loro incertezze, le loro manie e la loro ostinazione dell’essere e dell’apparire ad ogni costo, in un universo di soli attori e quindi privo di spettatori. Quella di Roxy in the box è una società ben salda sui suoi spazi uniformi ed individualizzati che aspira alla globalizzazione ma si trova chiusa nella libertà pigra della sua localizzazione, dove fermentano ingiustizie, divisioni e violenze. Ed è proprio nel recupero di questa identità locale, con tutto ciò che ne comporta, che il lavoro dell’artista si apre ad una ricerca di respiro internazionale, la constatazione universale di una società mediata dalle immagini. Proprio nei confronti dell’immagine e del suo potere sia falso che reale, Roxy in the box ha attuato una profonda indagine sin dalle sue prime opere. Muovendosi in un mondo costituito quasi esclusivamente da immagini, l’artista ha infatti giocato sull’iper-produzione e sulla decontestualizzazione delle stesse, risultando tra i pochi artisti strettamente contemporanei ad accorgersi del costante ed incondizionato abuso del mondo visivo per costituire un modello di vita dominante fondato sull’alienazione e sul totale distacco dal reale. Se la maggior parte degli artisti della scena nazionale ha accolto la rivoluzione digitale come un nuovo modo per produrre immagini, Roxy in the box ha radicalmente cannibalizzato le odierne tecnologie, rendendole non il mezzo con cui sviluppare ulteriori immagini e quindi nuovi simboli, bensì il medium attraverso il quale è possibile manifestare l’esistenza di un’eccessiva presenza della tecnologia e l’eccessiva debolezza di simboli ed immagini.  Pur se dominata da un’estetica potente ed ironica, ogni composizione dell’artista è marcatamente segnata da una drammaticità che evoca la dimensione di passività dell’individuo, capace di accettare per buona qualsiasi cosa che appare come tale. Dalla derisione del mito e dal suo accrescimento fuori da ogni proporzione, nasce quindi un’ineguagliabile mitopoiesi che di fatto impone nuovi comportamenti e nuove necessità al mito stesso.  Si potrebbe senza ombra di dubbio affermare che la visione del mito proposta da Roxy in the box diffonde il sentimento di caducità della natura umana nella stessa misura in cui promette la vita eterna. Roxy in the box ha da sempre fondato la sua ricerca sulla memoria, sia personale che collettiva, ma nel corso del tempo questa indagine si è ampliata, superando la mera attività del ricordare ed aprendosi allo studio di essa come elemento di pensiero, di coscienza e conoscenza.

 

Micol Di Veroli