Anita Pepe

Insegnante, blogger, giornalista pubblicista

 

ROXY…IN THE BOX

 

Gambe buone. Per arrampicarsi fino da Roxy ci vogliono gambe buone. E riflessi pronti. Ogni tanto in due, tre, ti sfrecciano accanto in motorino: l’aria ti porta via i gomiti, prima ancora del clacson perforante. Sali sali e trovi: la merceria con le gomme all’anguria, quelle che puzzano come un intervallo nella scuola media; il fruttivendolo incastrato tra i due vicoli, con i cartelli a lettere grandi e rosse; la gente fuori la lavanderia; la gente fuori la salumeria; l’edicola votiva col neon azzurro e i fiori finti; un portale di altezzoso piperno.

 

Come se non bastasse, la casa sta in alto, parecchio in alto. Un palazzo senza ascensore. I vicolani accampati di fronte (quattro stagioni h 24) ti salutano pure se non ti conoscono. Scale e ancora scale, come se uno non si fosse già spaccato le ginocchia sul lastrico dei Quartieri. E quando, strisciando con l’ultimo residuo di fiato, crolli davanti alla porta, ti appare… Caravaggio. Sì, proprio lui. Stai lì sullo zerbino e guardi la testa di Golia, cioè la sua testa, emergere dall’oscurità e venirti incontro. Allora pensi che di Roxy, probabilmente, devi ancora capire molte cose.

 

Perché dietro i colori sgargianti, i caroselli di personaggi, i video girati di corsa tra gli scaffali del supermercato o tra i fiorellini delle lenzuola, i calchi pubblicitari, i jingle accattivanti, dietro tutto questo c’è il dolore. Possibile? Possibile sì. Inutile girarci attorno. Ci sono la solitudine, la violenza (efferata o sottile), la diversità, l’inadeguatezza. L’allarme della fragilità. Senza preoccupazioni politicamente corrette, rivendicazioni di genere, estetiche trappiste.

 

Col sorriso sulle labbra, Roxy si seziona e si espone. Schiaffilife: qui il gioco è scoperto. Lei è persona e personaggio. Non finge naturalezza, non si preoccupa se il corpo le dondola, forse non si accorge che la voce trema un pochino. Pescando dal mazzo dei dipinti, poi: il Flusso di incoscienza della diva pop, la bambola s-gonfiabile che sanguina, i cento colpi di sega mentre i pensieri si attorcigliano nel labirinto della mente. E comunque la vita, pure quando è cattiva, sempre variopinta rimane.

 

Il balconcino, un morso. E bisogna fare attenzione a non calpestare le piante. Nelle mattine di sole, il profumo di polpette e bucato sale dal vicolo. Castel Sant’Elmo, a sinistra, sorride e ringrazia. Ma oggi è autunno e piove, l’autunno è bellissimo e lei è sola nel suo box, tra i quadri, le sigarette e i bicchieri di Keith Haring. Le palle con la finta neve, i bambolotti, i telecomandi infilati in due scarpe argentate tacco 14. Il barattolo pieno di candies e la foto di una donna-bambina dai capelli lunghissimi, che pare sbucata da un racconto di Marquez. Un tralcio di lucine avviticchiato da qualche parte intorno alle scale, perché da Roxy è Natale tutto l’anno.

 

Io so’ artista! scherza Roxy, a giustificare vezzosamente quella baraonda che le cresce alle spalle. Dietro questa liberatoria rivendicazione di diritto al caos c’è anche tutta la rabbia di chi, nonostante tutto, invece di deprimersi coi piedi a mollo nel sale mentre tutto intorno crolla, continua a fare l’artista, oltre che ad esserlo.

 

Oggi che qualche chilometro di troppo ha diradato i nostri appuntamenti sul lungomare o a piazza Carità, di tanto in tanto dal web mi salutano le foto di Roxy. Nelle foto, lei si sottopone al trucco, ha un pennellino sulla labbra rosso fuoco o una spugnetta sul viso di porcellana. I capelli, fitti di forcine, aspettano la parrucca o l’ondulazione. Una volta lei è vestita anni Venti, un’altra ha la corona in testa e le perle al collo. Mani esperte le stringono un corsetto, lisciano una piega, sbuffano un’arricciatura, raddrizzano un cappellino ribelle. Il punto non è tanto che lei ha cambiato pelle un’altra volta. Il punto è che ogni volta ha mosso un’èquipe, è riuscita ad aggregare altri intorno ad un’idea. Ha trovato la location e il team. E di questi tempi il secondo è più raro. E così altri le si affollano intorno come api operaie. Senza che lei faccia la regina, che comanda a bacchetta. Perché, quando qualcuno ci segue in un sogno, un disegno, un progetto, è una bella responsabilità. Quando qualcuno intreccia il suo tempo al nostro, bisogna affidarsi reciprocamente, piegarsi senza presunzione ai consigli e agli ordini. Si tratta, insomma, di non fare l’artista, o meglio di non fare l’artista come-da-copione capriccioso e saturnino, vanitoso e solitario. Divi e divette che vanno ai vernissage per sparlare della mostra altrui e distribuire l’invito della propria.

 

Il profumo del forno ci avvolge. I taralli dormono nel tepore della vetrina. Roxy ne ordina una manciata, e col sacchetto in mano e una birra si va a trattare il prezzo delle sculture.

 

Le sculture da riprodurre in serie sono quelle di Kill Banana. Per l’occasione a fare da modella è stata un’istituzione del quartiere, la venditrice di frutti esotici che, come una tartaruga centenaria, sta in mezzo al formicolio che sciama dalla Cumana. Folklore? Facciamo attenzione. Folklore sì, ma come cultura popolare, non parodia o abuso di cliché (e sarebbe facile camparci solo di rendita a Napoli, da Pulcinella alla Gomorra, passando per la signora a presidio del basso). Perché c’è sempre, nelle opere di Roxy, una forma di pudore e di rispetto, sia che metta la guaina gialla di Uma Thurman addosso alla vecchietta grinzosa, sia che travesta santi e Madonne da Superman o Batman. Dietro la tavolozza vestita a festa, una sorta di intima malinconia, quella sì tutta partenopea. Ma perché è così difficile farsi capire?

 

C’era una volta, in galleria, un quadro lungo e verticale. La bambina, verticale pure lei, lambisce le onde col piede, lo sguardo insicuro e prudente di una bambina grande, che sa. Mostruosi robot lottano sullo sfondo, minacciando di sfondare quella parete invisibile di cristallo che la protegge. La bambina è sola, in riva al mare. Ma, alle spalle, la nonna vigila e rassicura (?). Com’è antica la nonna. Un larario pop ad acrilico. Oggi, sulla parete del box, c’è una tela quasi finita, perimetrata dalle orme delle altre “sorelle” passate da lì. I colori avanzano inarrestabili verso le ultime tracce di matita. Quante volte quel pezzo di muro è stato solo, è stato vuoto? E ogni volta la bambina era lì, lambiva le onde col piede. E poi si buttava.

 

Anita Pepe